Canalival: un sabato di ordinaria follia

Un brusio di voci e risatine mi sveglia dall’intorpidimento, mi stroppiccio gli occhi con un lembo della coperta, la guancia mi prude da morire a causa della stoffa ruvida del divano su cui ho passato le ultime tre notti. L’odore di caffè e la luce di un timido sole invadono la cucina e la sala da pranzo. Goodmorning London.

L. e K. sono eccitatissime. Da tre settimane sento parlare del tanto atteso “Canalival” e finalmente il gran giorno è arrivato. A quanto pare, migliaia di persone si raduneranno sul Regent’s Canal per un evento unico, una festa galleggiante non autorizzata sulle torbide acque londinesi. Le ragazze stanno decorando il loro potente bolide, un gommone nero e arancione: ai lati hanno attaccato dei fiori di plastica colorati, mentre a prua domina la scritta “Berth Control” – perchè come ogni barca che si rispetti, anche questa merita di avere un nome.

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Il cielo con le sue nuvole grigie e veloci non promette nulla di buono. Le ultime news su internet ricordano agli aspiranti partecipanti che il “Canalival” è ormai diventato un “Canalillegal”, in quanto la polizia non ha autorizzato l’evento: dicono che sarebbe impossibile garantire la sicurezza. E’ vero, probabilmente il preambolo non è dei migliori, ma decidiamo comunque di imbatterci in questa avventura. Il cielo è ancora grigio quando ritorno in superficie dalla stazione di Old Street. L’inventario nella nuova casa mi ha trattenuto più del previsto e non ho idea di come potrò ritrovare i miei amici. Mi incammino lungo East Road, nel traffico del sabato pomeriggio. Ad ogni incrocio una nuova folata di vento, mi avvolgo nella giacca di jeans alzando il bavero fin sopra il naso. Non sono sicura che la direzione sia quella giusta finché non raggiungo Shoreditch Park: ci sono gruppi di ragazzi intenti a gonfiare i loro gommoni sul prato, mentre altri si stanno mascherando con costumi buffi e colorati, altri ancora si stanno truccando o travestendo da pirati. Attraverso il ponte e scendo la stretta scala di mattoni che porta sull’argine del Regent’s Canal. Un’invasione di colori e rumori mi stordisce. La prima cosa in assoluto ad attirare la mia attenzione è una maschera a forma di testa di cavallo. Un ragazzo su una specie di zattera fatta di casse di legno e barili di plastica agita nell’aria una pianta e muove la testa a ritmo di musica. E’ un’immagine grottesca, primitiva, viscerale, nulla a che vedere con la musica house e techno che riecheggia da sotto i ponti.

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Proseguo lungo l’argine del canale alla ricerca dei miei amici. Devo sgomitare per farmi spazio tra la folla e cercare di mantenere l’equilibrio sullo stretto marciapiede per non rischiare di cadere a mollo con la macchina fotografica e tutto il resto. Finalmente le nuvole lasciano un po’ di spazio al sole, che illumina i colori di gommoni  e costumi di carnevale delle migliaia di persone che affollano il canale. Giraffe, pirati, hippies, gondolieri, capitani, maglie a righe e a macchie di leopardo, e ancora palloncini che volano nell’aria, bandierine, musica a volume altissimo, grida, risate, odore di birra e marijuana che impregna l’aria tutto intorno.

Finalmente li vedo. Tra la folla e l’ammasso di colori distinguo il vestito a righe di K., mentre E., con in testa un cappello da marinaio, sta agitando nell’aria un remo del gommone nel tentativo di colpire la palla che sta arrivando in volo verso di lui.

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Inizio a urlare i loro nomi ma non mi possono sentire, tra me e loro c’è una vera e propria barca di legno, la più grande sul canale, e nonostante i miei tentativi di sporgermi oltre l’argine non riesco a farmi notare tra la calca di gente. Finalmente mi vedono e cercano di farsi spazio tra i gommoni per avvicinarsi il più possibile alla riva.
“Dai, scendi!” mi urla E. “Salta su quella barca lì, vedi? Poi passa da lì e vieni qua”
“No no! Io laggiù non vengo!” continuo a ripetere con un sorriso gigante stampato in faccia.
Inutile dire che è bastato ripeterlo un paio di volte in più e mi sono lasciata convincere.

Un ragazzo che ha seguito la scena si offre di aiutarmi nella mia discesa verso quell’inferno di plastica e rifiuti galleggianti. Mi porge il suo avambraccio mentre io compio il mio primo, incerto, passo e metto piede su una barchina di legno che ha già imbarcato parecchia acqua e altre schifezze provenienti dal canale.
“And now?” domando, abbastanza preoccupata sul prossimo passo. Infatti, non c’è apparentemente una via di uscita o meglio, di entrata, per raggiungere il centro del canale.
“Make your way on the boats! Just..Jump! But be careful. You have to step right in the middle or they’ll sink”
Confortante! Data la mia scarsa abilità a mantenere l’equilibrio in situazioni ottimali – ovvero, dove il pavimento è ben saldo sotto ai miei piedi e le persone intorno a me non sono sconosciuti ubriachi fradici e pure un po’ fumati – mi domando come farò ad arrivare fino laggiù e soprattutto se riuscirò a salvare la mia Reflex e non mandarla in pasto ai pesci. Per qualche strana legge della fisica a me tutt’ora sconosciuta, e probabilmente con un paio di spinte dal mio angelo custode, riesco a raggiungere i miei amici senza finire a mollo nell’acqua torbida del Regent’s Canal. Ma non posso restare sul loro gommone: già in tre sono stretti e a rischio ribaltamento. Devo continuare la mia camminata sulle acque finché non trovo ospitalità presso un qualche pirata o altro weirdo nei paraggi. Continuando a ripetere “Hi! Sorry! Excuse me! Sorry! Hello!”, mi faccio letteralmente tirare per le braccia da un gommone all’altro, nell’imbarazzo totale poiché ora mezza Londra è consapevole del fatto che non so fare a saltare. Finalmente mi sembra di trovare quello che fa al caso mio: tra la folla noto una ragazza, vestita da pinguino, tutta sola in un gommoncino verde. Le faccio cenno con un braccio come dire “Posso?”, lei mi sorride e mi grida “Yeeeeah come over here baby!”.

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Finalmente approdo anche io su una barca e tiro un sospiro di sollievo.
“Hey I’m Penny, what’s your name?” e senza neanche aspettare la mia risposta, si volta in direzione di quello che scoprirò essere il suo fidanzato, un altro pinguino su un gommone legato al nostro “Hey! Steeeve! Something to drink!”
“I’m Faith” cordialmente le stringo la mano.
“Heeeey Steeeve! Something to drink for Faith!”
La donna-pinguino apre le due bottiglie di birra con l’estremintà del remo del canotto, me ne offre una e io la ringrazio. Dopo tre minuti ho già capito che io e questa Penny non abbiamo molto da dirci, così inizio a guardarmi intorno e a godermi lo spettacolo di gente pazza che abita questa pazza città. Mi sento un po’ sperduta in mezzo a tutta questa confusione, ho già perso di vista il gommone dei miei amici perchè io e Penny siamo legate ad altri due gommoni: pirati e pinguini sembrano non volersi separare e così rimaniamo bloccati in mezzo al canale mentre tutti gli altri ci superano.
“Uoooooo!” la mia attenzione viene attirata da un gruppo di ragazzi che hanno iniziato a urlare e ridere come dei matti.
Mi volto nella loro direzione e in un attimo capisco che saltare sul gommone della ragazza-pinguino mi ha salvata: E., K. e L. sono a mollo nel canale. Immediatamente vengono ripescati dalle persone dei gommoni intorno a loro, ma Berth Control è capovolta. Un gommone con attaccata una scimmia di plastica viene a sbattere contro di noi e un ragazzo si sporge verso di me, mettendomi al collo una collana di fiori coloratissimi.
“Row! Row! Row!” Penny è completamente ubriaca e, con dei pezzettini di nachos tra i denti e il mento sporco di maionese, mi incita a remare più forte. E’ talmente ubriaca che da non rendersi nemmeno conto che siamo bloccate nel mezzo di un fottutissimo canale e che remare è la cosa più inutile del mondo. Il suo fidanzato si sporge verso di noi per baciarla ma lei lo respinge, e io inizio ad avere paura di cadere a mollo.
“ohhhhhh Jesus I need to wee so bad! Steve! Steve! I need to wee. Get me out of here!”
La natura chiama e Steve risponde: alla terza birra, la ragazza-pinguino non riesce più a trattenere la pipì e così i tre gommoni legati tra loro uniscono le forze e riusciamo a raggiungere una sponda del canale. Non c’è un vero e proprio marciapiede ma dei pali di ferro legati tra loro con delle corde di plastica, e dei contenitori di plastica capovolti a testa in giù sul canale costituiscono l’unica parte di terraferma calpestabile. Penny e Steve si trascinano dal gommone alla piattaforma di plastica, strisciando sotto le corde. Appena rimango da sola, mi accorgo che il gommone ha iniziato a sgonfiarsi ed imbarcare acqua. Voglio scappare da questo inferno! Seguendo il loro esempio mi trascino anche io sotto le corde e finisco spiaggiata su questa specie di zattera blu. Da una parte c’è il canale e dall’altra c’è un edificio in costruzione, pieno di calcinacci e scalette arrugginite. Inizio a farmi spazio tra i blocchi di cemento ma presto mi rendo conto di aver fatto un gravissimo errore a scendere dal gommone: quella zattera di plastica è l’orinatoio ufficiale della festa! Tengo lo sguardo rivolto verso il basso mentre supero decine di ragazzi che stanno sverniciando il muretto di cemento grezzo con la loro pipì. Lancio la mia borsa oltre il muretto e inizio ad arrampicarmi per scavalcarlo; mi graffio un ginocchio e atterro su un ammasso di calcinacci polverosi. Gente che piscia anche qua dentro! Non trovo una via di uscita. Inizio ad arrampicarmi su una scaletta di metallo, quando da un’asse di legno sopra la mia testa vedo spuntare uno stivaletto nero di pelle.
“Where are you going? Here it’s off limits” una poliziotta mi ferma nel mio tentativo di fuga.
“I want to leave, I don’t want to stay here anymore”
“No way you’re gonna get out from here”
“Let me out with you. I’m ok. I’ll follow you until we reach the street”
“I’m sorry the only way out is on the opposite sidewalk”
“So how did you get here?”
“I’ve climbed a wall. But no way you’re gonna go out from here. Please step back into the boat and reach the other sidewalk”
Sconsolata, arrabbiata e con il panico che inizia a friggermi nelle vene, ripercorro la strada fino al punto in cui i pinguini mi avevano scaricata. Per mia immensa gioia e fortuna, li trovo ancora lì: il canale è bloccato a tal punto che in quella interminabile mezz’ora si sono spostati di appena due metri. Mi fanno risalire sul gommone.
“I wanna leave! I lost my friends”
Nonostante l’euforia e le dosi di alcol in circolo, capiscono che sono seria e anche un po’ preoccupata e iniziano a farsi spazio tra le barche per raggiungere il marciapiede e aiutarmi a scendere. Ma non siamo neanche a metà strada e dobbiamo rallentare la nostra corsa: una barca, di legno, molto grande, si sta muovendo nella nostra direzione e punta dritto verso di noi con la sua prua appuntita. Nell’attesa, i pinguini decidono che è il momento giusto per iniziare a pippare un po’ di cocaina. Inutile spiegare l’angoscia di quel momento e il desiderio ormai sempre più remoto di scendere da quel dannato gommone per sempre.

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